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Cuoio e acciaio

Può un’amicizia diventare passione?

Sì, a noi è successo.

Cercheremo in questo blog di condividere il nostro modo di viverci all’interno di una relazione D/s.

L.

Un diario di questa “cosa bella” che ci sta capitando.

La scriveremo giorno per giorno.

A quattro mani.

A viverci, a fissare e fotografare, attimi, di chi sa che ogni giorno debba essere vissuto con intensità,

…atteso come il primo…

…vissuto a pieno…

come dovesse essere l’ultimo.

Mr.

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Il divaricatore

Oggi mi hai bloccata. Hai voluto mettessi i tacchi e poi mi sdraiassi sul letto.

Hai messo il divaricatore sotto le ginocchia, ci hai fissato le polsiere ai lati. Hai fissato le gambe con la fettuccia nera.

Ma non ti bastava.

Hai messo le cavigliere e le hai legate a due corde, che a loro volta hai attaccato alle catene del letto, dove con un moschettone hai bloccato anche le polsiere.

Ma non ti bastava ancora.

“Ti muovi comunque troppo”.

Mi hai infilato il collare e lo hai fissato con una cinghia al divaricatore, al centro.

In questo modo ogni singolo minimo movimento mi strattonava da uno o dall’altro lato.

Sia lo facessi io, sia fosse involontario, sia fossi tu a obbligarmi a farlo.

Mi hai riempita con le sfere, mi hai scopata, mi hai dilatata.

Bloccata e divaricata.

Grazie Padrone

L.

Perle di felicità.

…io ancora sorrido…

Ma tu hai solo lontanamente idea di quanto tu mi faccia star bene?

Sono un uomo fortunato.

Oggi non so cosa sia successo.

Probabile la tensione per non mandarti in sofferenza.

Il tentativo di girarti in giro, legarti, senza farti spostare troppo.

Com’è, come non è ho la schiena a pezzi….

Ma son felice.

Sai ….

Di quella felicità bella.

Semplice.

Senza pretese.

Quella che ti rende gli occhi lucidi ed il cuore leggero.

E … continuo a riguardare quegli scatti.

Come un bimbo che non si vuol staccare dal suo giocattolo.

Geloso delle emozioni che ha provato ma tanto tanto felice.

Ti adoro Laura.

Mr.

Una domenica di corde, sesso e cibo. Una di quelle che ti ricarica, ti appaga e fa stare bene.

Noi, la tana, un letto, il profumo di corde oliate.

Appesa, tirata su, lasciarsi andare e dondolare, per poi ridiscendere piano.

Tutto sempre con ogni attenzione sia possibile avere per la mia sicurezza.

Per non farmi del male… ma farmi male solo quando e come lo vuoi tu. Lo dici spesso, ed è assolutamente vero.

Grazie Padrone

L.

150 colpi

Oggi avevi voglia di usare la frusta. Di scaldare piano la schiena e continuare, fino a segnarmi. Lo avevamo già fatto alla tana, sulla sedia, ed era stato speciale.

Hai sistemato il cavalletto contro il muro e fissato un gancio con la catena per potermi bloccare. In ginocchio e con la schiena totalmente esposta verso di te.

Hai persino raccolto i capelli con un cordino perché non arrivassero ad intralciarti.

La posizione era davvero difficile da tenere. Le gambe scivolavano sulla pelle, totalmente divaricate. Il busto non si appoggiava perché le braccia erano protese in avanti.

Hai colpito per un po’.

Poi hai preferito fissarmi con la cintura al cavalletto. La vita bloccata e abbassata, così che le gambe fossero anche piegate.

Le prime 100 frustate sono state abbastanza leggere, o per lo meno fino a che non ho visto i segni, credevo lo fossero. Il dolore a gambe e braccia, e la difficoltà a restare in posizione avevano notevolmente spostato la mia attenzione dal dolore dei colpi.

Tanto da dirti: “forse ne avrei sopportate altre, in una posizione diversa.”

Invece era stata proprio la posizione a renderlo possibile. Me lo hai dimostrato legandomi in piedi al muro e dandomi altri 50 colpi.

I più forti di tutti, secondo me (tu hai invece detto essere esattamente uguali agli altri). Quelli che mi hanno quasi subito fatta singhiozzare, ma che ho desiderato fino all’ultimo.

Con la frusta che hai creato tu da un frustino da dressage, e poi arricchita con dei lacci in cuoio alla fine, hai dato “solo” una ventina di colpi. Sono graffi, li sento ancora bruciare sulla pelle ora che ne scrivo. E i segni restano in rilievo, uno di fianco all’altro perfettamente visibili.

Oggi mi hai disegnata e segnata.

Mi hai fatta piangere e poi stretta a te.

Dato respiro e poi tolto il fiato.

Grazie Padrone

L.

Non mi aveva mai fatto male la cera… fino a ieri

Ho sempre adorato la cera. Il calore che emana. I disegni che fa sul corpo.

Ieri le gocce della candela gialla erano spilli. Ogni goccia pungeva. Tanto da non riuscire a stare ferma. Tanto da non riuscire a stare zitta. Non tanto da piangere, ma abbastanza da fare male.

Una riga lungo tutta la spina dorsale. Ripresa e rinforzata un paio di volte. Prima sul letto, poi a terra. Eri a cavalcioni sopra di me e la facevi cadere senza interromperti, senza ascoltare i miei lamenti.

Hai tappato la bocca con la mano quando hai giocato con il seno. Perché una volta tolta la cera dalla schiena con il coltello, mi sono girata, ed era troppo invitante per non riprendere anche lì.

Il capezzolo è coperto, e la lama ora solleva piano la cera, pizzica, tira un pochino. Basterebbe un gesto sbagliato per farmi molto male. Eppure sono ferma, ascolto solo il lieve dolore, tranquilla, in mano tua.

L.

Purtroppo quella che noi chiamiamo comunemente “cera” spesso è qualcosa di simile ma in realtà non lo è. Per far sì che la candela duri maggiormente la cera o la paraffina che la compongono vien trattata o addizionata in modo da innalzarne il punto di fusione.

Non è stato volontario ma usare due candele con due probabili punti di fusione differenti ha fatto si che le gocce di una venissero percepite come “più dolorose” a confronto delle gocce dell’altra.

Dopo questo inciso “tecnico”, quel che mi preme, quel che adoro di te, quel che mi fa vivere è il riuscire a darti contrasto. A tenerti viva in emozioni sempre differenti.

Farti contrarre nella tensione della cera per poi sentirti abbandonata mentre con una lama assai più pericolosa della cera stessa, la rimuovo con calma e precisione.

Tu li… immobile a lasciarmi fare sotto quelle carezze d’acciaio.

Bello. Emozionante. Come il nostro rapporto in “stabile bilico” sul filo di una lama tagliente.

Mr.

La vorrei qui. Ora.

Si.

La vorrei qui, ora.

Su questo divano. A distrarmi da un gran premio che sta per cominciare.

O anche solo con la testa poggiata su di me.

Abbandonata, docile. Tranquilla.

Nuda.

La vorrei qui, ora.

Profumo di sesso che sale.

Calore di labbra su di me.

La vorrei qui. Ora.

Non importa per cosa o per farci che.

Solo mi manca…

E la vorrei qui.

Ora.

Mr.

Da sogno a realtà

Eccomi qui anche oggi a fissar emozioni.

Ad annotare di noi su questo nostro diario.

A scriverti di quel che ho provato nel realizzar il sogno, il gioco di oggi, dei momenti passati ad immaginarti su quel cavalletto.

Bloccata.

Ti scrivo di come sia importante per me riuscire a “realizzar sogni” con te. I miei e tuoi in ogni dettaglio, in ogni sfumatura.

Di come mi piaccia cercare e trovare i vari materiali. Sceglierli con cura.

Il tutto per valorizzare un gesto che seppur di dominazione non vuol esser necessariamente di umiliazione.

In giorni dove leggo tanto parlare di “indole” in modo negativo, quasi fosse un difetto, io come sempre contro corrente, ti scrivo che la mia indole è questa. E ne vado fiero.

La mia indole, innata, mi porta a non farti mancar nulla ed a pretendere tutto.

A sognare per te e con te.

A costruir storie e a farle vivere.

A sognare…

E da sogno poi a tramutar in realtà.

Ed eccoti li davanti ai miei occhi. Come tanto ti ho immaginata.

Bloccata e legata. Immobilizzata.

Ed io a ricoprirti di cera ma che sia cera di una candela scelta con cura, a stringer quelle cinghie pesanti, ma che siano cinghie che possano esaltare la tua figura su un oggetto che a suo modo sia unico e curato. Tuo. Che parli di te.

E in quel sogno ci sta pure che io ti faccia male.

Prenderti a schiaffi mentre ti scopo e ti tengo seduta e bloccata al muro con i seni resi turgidi dalle legature strette fino a farti piangere… però in un ambiente nostro che ti faccia sentire protetta e valorizzata seppur usata con decisione e fermezza.

Il buio che si piega alla luce e la luce che cede al tramonto.

L’eterno contrasto.

La mia indole è questa.

Fra le lacrime mi hai chiamato Padrone.

Non ti ho chiesto di farlo.

Ma mi è piaciuta la naturalità con la quale lo hai fatto.

Sono orgoglioso di esserlo.

Cerco, voglio dimostrarti che lo sono.

Che mi sento tale.

Sei un sogno.

Sei il mio sogno che giorno dopo giorno diventa relatà.

Mi permetti di vivermi e di continuare a sognare.

…ed oggi in quel gioco lo hai fatto di nuovo…

Di nuovo a realizzare, a concretizzare. 

Sei protagonista di una realtà eccitante, perversa, tesa e dura che ci fa vibrare…

Che dirti… Tu…

…mi rendi felice.

Mr.

Bloccata sul cavalletto.

Prima le braccia, poi il dorso e infine le gambe, mi hai fissata con le cinghie.

La costrizione è fastidiosa, soprattutto per le articolazioni, ma i mille stimoli me le fanno dimenticare a tratti e perdere la cognizione del tempo.

Avevamo già usato l’anal hook, ma mai legato ai capelli. In questo modo entrambi restano in tensione e ogni movimento mi ricorda la sua presenza dentro di me.

La cera arriva inaspettata. Una colata sul fianco, poi sulla schiena, sul culo. Impossibile evitare le cinture che mi bloccano.

Ogni tanto mi scopi e alterni bocca, figa e culo, insieme al gancio. Mi sculacci, mi prendi a sberle.

“Sai ora cosa mancano?! Un paio di segni.”

Apri l’armadio. Appoggi qualcosa sul mio culo e colpisci.

Appoggi di nuovo e colpisci.

Cominci a liberarmi, farmi sgranchire appoggiata sempre al cavalletto, e con il coltello piano gratti via tutta la cera.

Sotto il cavalletto c’è un disastro: cera, squirt e sperma che gocciola dalla mia schiena. Un meraviglioso disastro.

E oggi non sarà l’unico…

Grazie Padrone

La gogna

Oggi abbiamo inaugurato la gogna. L’hai dipinta e rifinita. Resta da vedere come mi immobilizza.

Me la infili, avviti tutti i ganci e prepari le catene per appenderla al braccio. I gomiti sono molto piegati, la posizione è fastidiosa. Migliora leggermente una volta issata.

Sono in ginocchio, il collo teso all’interno di quel buco che mi obbliga e sostiene. Le mani arrivano a malapena al viso. Impossibilitata al movimento.

Sento anche ora il peso sul collo, l’imbottitura che preme, il senso di costrizione, eppure mentre ero lì ero distratta da altro e queste sensazioni erano come ovattate.

Mi hai frugata, toccata, colpita, strizzata. Hai usato la Wanda e ho fatto un lago. E poi, a un certo punto, percepisci la gogna come un limite all’uso del mio corpo.

“E ora questa la togliamo, perché ho voglia di scoparti.”

L.

Dominarti senza farti sentire il peso, la costrizione di quel che ti blocca proprio non esiste.

Il bdsm per come lo sento io non è certo piume di struzzo e petali di rosa. Quindi anche i nostri “giochi” lo devono rispecchiare.

L’ho tinta di nero opaco, rnforzata visto che l’ultima volta aveva leggermente ceduto alle sollecitazioni. Rivestita in pelle e chiodata nei fori per collo e polsi.

Massiccia. Una tavola di lamellare da 80x45x4 cm. Pesante ma su misura come piace a me.

Con chiusure solide e con la possibilità di appenderla e non solo associarla al cavalletto.

È perfetta come lo sei tu li imprigionata.

Ci abbiam giocato. È stato divertente.

Ma alla fine lo sai a dominarti non devono essere i giochi.

A dominarti ci penso io.

A mani nude e a colpi di cazzo.

…e a quel punto sai benissimo che l’unica cosa che ti voglio vedere addosso è la tua pelle da segnare e far vibrare.

Tutto il resto è assolutamente inutile.

Mr.