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Cuoio e acciaio

Può un’amicizia diventare passione?

Sì, a noi è successo.

Cercheremo in questo blog di condividere il nostro modo di viverci all’interno di una relazione D/s.

L.

Un diario di questa “cosa bella” che ci sta capitando.

La scriveremo giorno per giorno.

A quattro mani.

A viverci, a fissare e fotografare, attimi, di chi sa che ogni giorno debba essere vissuto con intensità,

…atteso come il primo…

…vissuto a pieno…

come dovesse essere l’ultimo.

Mr.

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“Quanto mi piace torturarti”

“Devo proprio ammetterlo… torturarti mi piace molto”.

Lo dici mentre sdraiato sul letto osservi i miei seni. Li hai legati stretti con le fascette. La prima alla base, poi le altre ad allungarli e irrigidirli in una posizione innaturale.

“Toccale”

Vuoi che senta quanto siano dure.

“Stringi! Non così”

Non ti basta che toccandole senta che quelle protuberanze strane fanno parte del mio corpo, vuoi che io stessa mi faccia male.

Sono sensibili, piano si arrossano, la pelle tende e i capezzoli sembrano gonfi e morbidi ma al tatto esplodere.

Ti diverte io lo senta, io stringa, vedere le smorfie di dolore sulla bocca, che si contrae senza emettere suono finché non sei tu a stringerle e sbatterle.

Hai frustato da poco i seni e soprattutto il destro in alcuni punti sembra venga lacerato dalle fascette. È difficile distrarmi da questo dolore, ma tu sai come fare.

“Lecca”

E io lecco. Scendo piano sul tuo cazzo e lo avvolgo con la mia bocca. Comincio a succhiare, allargo le gambe e sento la tua mano scendere sul seno. Carezzarlo, stringerlo, poi sfregarlo. E io lecco. Piano il seno diventa sempre meno dolorante nella mia testa e l’eccitazione offusca le sensazioni.

Ti fermi per fotografare il tuo lavoro poi piano, a una a una, tagli con un tronchese le fascette. Ogni taglio sembra liberi un pezzo di me. Ma a differenza delle corde dove liberarlo è graduale, ora il seno rimane sollevato e allungato finché non l’hai liberato totalmente.

Stretta e costretta, tua.

L.

103

La dolce vita, stanza “histoire d’ô”.

Abbiamo una giornata per noi. Sali in macchina e mi stropicci subito il seno. Mi piace avere le tue mani addosso e che tu lo faccia subito e senza preamboli.

Arriviamo al motel, è carina la stanza. C’è molto nero, pelle, catene, manette, un frustino e un flogger, la croce con polsiere e cavigliere. Tu hai portato le nostre in uno zaino e il contenitore con fruste e slapper. Non ti servono le dotazioni della stanza, se non la croce. Vuoi bloccarmi li, me lo avevi detto subito.

In realtà non è così diverso da come mi bloccavi alla tana. C’era il braccio con il divaricatore e le catene alle pareti. Mi hai bloccata più volte e in tutti i modi.

Sono completamente esposta, ferma, schiacciata al muro. Cominci con la frusta. Conto dentro di me. A gruppi di dieci alterni colpi un po’ più leggeri ad altri più rapidi, duri, inaspettati. A volte le serie sono di 9, altre di 11. E verifichi sempre io stia attenta e non perda la concentrazione.

Siamo a 90 e scende qualche lacrima. Non è ancora insopportabile. Arrivi a 100. Piango. Gli ultimi sono più forti. Quasi a “chiudere in bellezza”.

Non mi sleghi, ti avvicini e mi sussurri: ancora 3 con l’altra.

È la frusta lunga, graffia e colpisce contemporaneamente con tutti e tre i lacci in cuoio con cui finisce.

Colpisci in alto e i lacci girano e avvolgono i lati del corpo. Singhiozzo. Al terzo colpo urlo.

Mi liberi, mi porti sul letto, mi abbracci e calmi.

Non abbiamo finito… è una pausa. Controlli i segni, li fotografi e me li mostri. Poi mi porti in bagno nella vasca.

Sento il calore che si alza dalla mia pelle mischiarsi con quello dell’acqua. Un attimo di relax prima che tu ricominci a torturarmi.

Grazie Padrone

Il fatto è…

Il fatto è che non mi stanco.

Non mi stanco di dirti di me, di fantasticare di noi, di viverci. Di stare con te, di rannicchiarmi, lasciare che le mie braccia ti abbraccino piano e sentirti stringermi, stropicciarmi. Di aspettare tu mi tenga giù all’improvviso, mi schiacci, mi usi.

Non mi stanca essere a tua disposizione, sentirmi sempre e sempre più tua. Capire che mi leggi e conosci, davvero.

Il fatto è che non mi stanco e sto bene.

Il fatto è che forse non te lo dico abbastanza… ma grazie. Grazie Padrone.

L.

Tu sei stupenda.

E speciale.

Mr.

Autunno dentro

Una stagione che ho sempre amato.

Colori.

Aria pulita.

Blu del cielo e giallo delle foglie.

Odore di frutta e di muschio.

Profumo nell’aria.

Però oggi questo autunno mi va stretto.

Non mi parla di cime innevate e passeggiate sul limite della prima neve.

Non mi parla di sole a piombo che scalda le ossa in contrasto con l’aria fresca di un’estate ormai morta.

No.

Oggi mi parla di foglie già secche che stridono, scricchiolano ed urlano al mio passare.

Calpestate.

Oggi l’irrequietezza della normalità mi morde l’anima.

Cazzo vuol dire essere “normali”.

Io non voglio essere normale! Nella norma.

Viva Dio non lo sono e non lo son mai stato.

Oggi voglio scendere.

Venirti a prendere ovunque tu sia.

Tirarti fuori da quei locali.

Trascinata per i capelli.

Portarti in riva al lago che ci faccia da cornice.

Contrasto in una foto d’autunno.

Strapparti i vestiti di dosso e schiacciarti contro il parapetto in ferro più freddo che c’è.

Prenderti così.

Senza una parola.

Senza tregua.

Oggi voglio solo spingertelo su fino a farti urlare per poi tapparti la bocca a soffocare anche l’ultimo grido che hai dentro.

Sbattuta e calpestata. Farti gemere. Come geme quella foglia secca spazzata dal vento che oggi mi prende dentro e che devo soffocare.

Oggi vorrei prenderti così.

Senza logica, senza tregua come se al mondo ci fossimo solo io e te.

E vaffanculo la gente e la poesia.

Tanto è più poetico questo mio autunno che mi lacera di mille prose e rime a cantar di beltà femminea.

Io ti voglio sbattere!

…ma non posso…

Devo soffocarlo.

Come soffoco questo autunno che mi sta rubando l’aria.

Ho bisogno di te.

Mr.

L’ultima ma non ultima cena

“Vuoi prima scoparmi o mangiare?”

Ridi.

Avevo pensato mentre guidavo a cosa dirti appena arrivata alla tana, perché per la seconda volta non ci arrivavo in macchina con te ma ti raggiungevo direttamente lì. Non pensavo a troppi convenevoli, ma a mettermi subito a tua disposizione.

Mi chiedi: “tu hai fame?”

La mia sfacciataggine mi fa rispondere: “sì… ma di cazzo”.

Ci infiliamo nel letto. Non è così freddo. Mi accovaccio di fianco a te.

Cominci a torturarmi i capezzoli e spingi la testa sul cazzo. Mi scopi la gola, poi scopi me. Poi di nuovo la gola.

Con la mano frughi dentro di me. Mi fai squirtare, mi fisti, sei sopra di me mi mordi il seno, lo schiaffeggi e poi soffochi con il cazzo. Non ho via di scampo, ma non la vorrei nemmeno.

Sopraffatta.

Restano poche cose da portare via… il copriletto bagnato da qualche schizzo e il coprimaterasso, fradicio.

Abbiamo salutato la tana con l’ultima cena, che di sicuro per noi non sarà l’ultima.

L.

Di sicuro non sarà l’ultima cena, non per noi che abbiam passato un anno a “divorarci” in ogni modo.

Abbiam mischiato cibo e e sesso. Bdsm e passione pura.

Non sarà questa l’ultima cena anche se è stata la cena che ci ha visti chiudere un ciclo. Salutare un luogo che ci ha dato tanto.

Soste e ripartenze.

Ora van cercati nuovi spazi, nuove idee.

Ma è giusto così, è bello così.

Mi sazierai ancora.

In un turbinio di sesso e passione o con buon cibo e bevande.

In ogni modo.

Come piace a me.

Come so piace anche a te.

No. Non è stata di sicuro l’ultima nostra cena.

Però è stata una magnifica cena.

Mr.

365 giorni di te e di me

È stato l’inizio di tutto, ormai un anno fa. Senza aspettative, senza certezze, senza pretese. Ma con una base che ci ha avvicinato e reso complici.

“Può un’amicizia diventare passione?”

Sì, a noi è successo.

365 giorni di piccoli passi per stare sempre più vicini.

Di voglia di stare insieme.

Di fantasie realizzate.

Di sesso, tanto.

Dolore e lacrime.

Orgasmi, i miei che divengono tuoi.

Di tane create per noi, dove rinchiuderci e non pensare ad altro.

365 giorni di un piccolo mondo nostro.

Questo è solo un simbolo, solo un pezzo di carta, vuole solo dimostrarti ciò che viviamo, ciò che siamo diventati, a piccoli passi, insieme.

L.

Il tempo non è altro che una unità di misura.

Serve a misurare la distanza che intercorre fra un avvenimento ed un altro.

Però, che è importante, è la percezione del tempo.

C’è un tempo che vorresti fermare ma è veloce e fugace come un soffio.

C’è invece un tempo che non vorresti mai aver trascorso.

Oppure c’è quel tempo cupo, infinito, pesante che non trascorre mai.

Che pesa come un macigno sul tuo vivere.

Comunque esso sia, trascorre, inesorabile.

Ci scivola addosso.

Ci modella piano quasi come il granello di sabbia portato dal vento che dà forma, plasma e muta anche la roccia più dura.

E così è stato sin ora il nostro tempo.

Trascorso insieme.

Però il nostro è stato più un tempo leggero. Un tempo di risate e di sorrisi. Un tempo di sguardi prima pretesi e poi donati.

Tempo che fa vibrare la pelle.

Giorno su giorno senza una meta ma vissuto sempre come fosse l’ultimo.

L’ultimo giorno.

C’è stato tempo di fughe veloci dopo incontri fugaci.

Poi tempo che ci ha visti vicini, stesi immobili, sfiniti, su un letto ad osservare un soffitto come se proiettassero il più bello ed avvincente dei film.

Tempo, invece, di incontri conviviali e di feste.

Tempo per conoscer gente, tua e mia.

Amici.

Ma il tempo ci è scivolato addosso veloce.

Giorni, settimane e poi mesi.

Ed ora, in questa ricorrenza, quasi in un unico pensiero ha fatto si che tu esprimessi il tuo sentirti Mia in un gesto.

Che mi ha emozionato.

Inatteso e speciale.

Grande e stupendo nella sua semplicità

Io dal canto mio ti volevo dire la stessa cosa, esprimerla, costruendo l’ennesimo accessorio.

Forse però il più completo di significati.

Non ci eravamo detti nella.

Eppure abbiamo espresso lo stesso concetto.

All’unisono.

Come sempre ci abbiam riso su, commossi.

Come sempre, come quel granello di sabbia ideale scagliato dal vento, ha lasciato un segno.

Magari piccolo ma per noi tanto importante.

“C’è un tempo bellissimo, tutto sudato

Una stagione ribelle

L’istante in cui scocca l’unica freccia

Che arriva alla volta celeste

E trafigge le stelle”

Mr.

E mi mordi

Ti diverte stringere i capezzoli con le dita, anche quando siamo sdraiati vicini sul letto a parlare. Osservi le mie smorfie e ne godi. Mentre ti avvicini mi irrigidisco, so cosa fai, allora rallenti o aspetti un po’, così che non possa prevedere il momento preciso in cui mi farai male.

Porti la bocca su di me, stringi un poco con i denti. Poi di nuovo, un po’ più forte. Infine con la mano stringi tutto il seno e cominci a mordere, di gusto.

Mi tappi la bocca perché non faccia troppo rumore e continui.

È un po’ come se ti cibassi di me. Del mio dolore. Della mia resa.

Poi ti alzi e vai di là… non ne sei ancora sazio.

L.